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0.35 AM – Standing on the railway bridge, anticipating changes

Onde medie, stereo, transistor.
La guida in un sentiero di caverna sotto lampi eterni e liquidi
è una fossa scavata con la forza di una mente,
è un’antica dimora di rame e pietre remote
dove vento e terra dettano leggi d’oltretempo,
dove il vuoto del più giocoso inganno regna sull’eco di un intento.

Nera neve su questo prospetto furioso e denso
al cospetto di epoche mai nate per colluso stento
mentre viaggio col bagaglio del mio senso,
con la fiamma esile di un solitario portento.

Neon, corsie, notte interna, spia mendace di riserva,
frequenza di invisibile discorso, di potente coacervo umorale,
ponte su abissi ignoti che osservo dal crepuscolo di un portale ideale.
Sotterranei, scale a chiocciola verso il vuoto
mentre tutto esplode nei serrati tumulti degli effervescenti,
in piazze, strade centrali e periferie lontane,
gioco mesto dell’incedere di magiche pozioni
da cui i millenni chiamano a raccolta
per infruttuose ostentazioni di essere e potere.

Terre incolte, metallo eretto, circumvallazioni, ferrovie,
coni di bordoni a cui non appartengo
ma a cui cedo in inchino quel contratto a vuoto che non sono più.

Asfalto, umidità, respiro artificiale
dietro la rete che domina l’ultimo notturno della valle.
Plexiglass ricurvi, un indirizzo sulla plastica strutturale,
un mugugno Dior o un affronto Chanel.
“Alta tensione”, “pericolo di morte”,
rischio di riattivazione, di resurrezione,
allerta per evanescenti, richiamo all’opera per distrazioni.

Verso sud un vano orgoglio scompare.
E sia gloria per l’affannoso sberleffo di rassegnazione.
Elettrolisi, combustione, magnetismo, gravitazione
sui fianchi sinusoidali di ogni raccordo
verso finestre fioche, schegge di organismo vivente, pietra, mattone,
terrazze ossequiose per l’eclissi vista di riflesso.

Che tutto sia completo, adesso.
Che tutto lasci il moto calarsi nel complesso
ruolo di degustatori di esistenza, dei correntisti di calore.

Un ramo torto, una radice arresa
e tutto resta senza orrore.
Tutto torna quieto rumore.


1.12 AM – On the fingers of a heat which is burning out

Ci parlarono di direzioni da prendere, facendo in modo che la loro voce non fosse ascrivibile a memorie future.
Chi ci stava accanto non riusciva a trattenersi dall’accarezzare l’erba alta e incolta che riempiva quello strano percorso.
Non c’era una direzione precisa, solo un modo diverso di muoversi, tra noi e loro.
Nessuno si vide arrivare.
Tutti aprirono gli occhi ed erano già lì.
Saranno ancora lì quando li richiuderanno.
Non vale per tutti quella legge che predispone il respiro in funzione del prossimo passo.
Non c’è aria, qui, eppure respiriamo.
Se il tutto persegue uno scopo, qui non si ammettono proroghe a debiti di perifrasi sensoriali.
Altrimenti si scende, si lascia il posto.
Altrimenti l’unico regno in vita resta quello di una carne indiscreta.

1.37 AM – Open windows in the dim-light backstreets

E l’uomo creò Dio a sua immagine e somiglianza.
Fraseggi, passaggi, ritorni, dispersioni.
Smettere di essere tra le grinfie della materia.
Il loro giardino è il mio recinto.
Vivranno grazie a me. Finiranno assieme a me.
Ipotesi e materia il nucleo di ogni senso. E un prescelto scoprirà una porta in questo baratro senza ingresso.
E così sia.
Così sarà.
Per sempre.

2.10 AM – Motionless in meadows of ruin, my gaze turns towards the city skyline

Buio affluente,
riflesso intatto in superficie di volti scevri per sembianze autonome.
Penombra. Isola defunta.
Un intero non vale il gioco delle parti.
C’è sempre da scindere, sezionare.
Riemergere è un’illusione, come il verbo e la ragione.
Auspicare in incognito, come implorare silenti
la venuta dei fatti reali, che non sono di questa eplorazione.
Emergere non posso, in questa coltre di cere sparse.
Non voglio, non devo.
Resto qui,
fra le distese di campi arati e pronti per semine di evasione.
Non c’è fretta, qui.
Luogo senza senso del tempo e del passato,
la cui luce tocca ogni cosa con diamanti e zaffiri.
Sole prismatico guida il cammino verso il monte reale
e una croce fredda imprigiona il suo cristallo.
Panoplia di colori, armonia di opposti.
Cancelli dimenticati di paradisi proibiti.

2.47 AM – Wandering through the city desert with hands in pockets

..eppure tutto proviene da indicibili calcoli, qui e ora, carta e penna, tratti mossi da mani umane.
Che strano mistero, i principi trascendenti che governano le meravigliose e strazianti leggi di natura.
Tutto può cadere. Si curva lo spazio, si deforma il tempo. Si scompone questo universo.
Hedas, Vega, tutto attira e porta con sé.
Orizzonte degli eventi, Gargantua. Di rispetto acritico muore ogni verità.
Fu una percezione. Ero in piedi tra quelle quattro mura ma non c’era un corpo da toccare. Nessun suono, nessun colore. Solo quel grande impulso di memorie, echi di folgorazioni divine scaraventate su stracci di membrana bianca senza un nome né un volto. Questo è il mio esistere, adesso. Un fluttuare di stati di remote ispirazioni disperse su una pelle galleggiante in un limbo di parole mute e sorde ad ogni possibile combinazione. A cosa serve ricercare un vuoto da descrivere se la mia eternità è un così flebile disgregarsi di senso e moto indotto? Mi dissolverò come quell’oscuro presagio di costellazioni che mi invadeva da quella finestra. Che si invochi il dio delle nostalgie di momenti mai vissuti.

3.23 AM – In the distance, before disappearing behind the corner
of a white building, the loss of life as you know it

Successe in fretta. Non ci fu tempo per immaginarlo.
Qualcuno procedeva spedito, altri si guardavano intorno, quasi tutti sapevano quale direzione prendere.
Poi successe, e la memoria si ferma.
Rimase solo, lì, in piedi, dritto, fermo, con sguardo assente.
Solo lui, lì, vestito di bianco.
O era avorio.
Di sicuro somigliava alla sua pelle, che immaginavo glabra e scarna, a giudicare dalla distanza.
Successe, e non ci fu più nessuno.
Solo lui.
Si muoveva ma non camminava.
E io dov’ero?
Come sono arrivato qui, adesso?

4.16 AM – A faint light through an attic window, adorned with plants forgotten

Illuminami
perché quel vento non smussi le mie tristi fronde arrese.
Dissetami per ogni ferita
perché vivo nell’orrore e nell’angoscia,
nella sfiducia e nel rancore
di un tempo arreso e di un orgoglio inquieto
sepolto dalle argille dell’avverso.
Insegnami lingue mai parlate,
assolvi il silenzio di un’obiezione,
sorseggia dal mio calice un fuoco di rigetto.
Sacrificio di angeli in coro,
discorso di silenzi remoti e purificazioni,
non sono che un fuoco fatuo tra il disprezzo,
una prigione per un latente perdono
e un riflesso per un volto di sogno nella veglia.
Vengo a te e so di crisantemo.
Sia, per noi, il principio di questo aroma vero.

5.21 AM – A slim face reflected into an unfinished shop window on a fast-flowing road

Non sono qui, adesso. Non vedi?
Ho sempre contrastato un prezzo per trattare la mia sacra riflessione, quel vizio inumano di anteporre un credito di pace a riscossioni d’astio, quando la scintilla di un’emozione non bastava a ravvivare la candela che portai per te.
E ora tu mi avvisi. Non c’è più tempo, non c’è più scampo. Dobbiamo andar via e fare in fretta. Dobbiamo seguire.
Ora tu sei qui ma non mi vedi.
Ora non sei tu ma porti su di te l’incedere di un concreto.
Non verrò. Non adesso. Non più.
Ricordi quando mi chiamasti a te col nome di un fiore?
Perché questo tempo mi scorre di lato? Dove sono i petali di quel fiore?
Avevi detto che avremmo fatto presto a venire di qui e tornare indietro con le informazioni.
E ora quelle mura e quel letto sono tutto ciò che rappresento, da questa parte immota.
So che sei lì ma non puoi vedermi.
Eppure, se ancora trascino queste ossa scheggiate tra la sterilità di un corpo evanescente è perché ho deciso di restare.
Torna pure di là e dì loro che quell’abisso è un’amara fantasia. Se ce ne fosse uno, sarebbe la mia eterna dimora e plumbeo sarebbe il suo colore.
Ma si sono presi gioco anche di te, non vedi? Prova ad aprire quella porta. Non ci riuscirai.
Ti hanno mandato a prendermi ma sono loro che hanno preso te. E questo non sarà altro se non il miglior giorno che ti costringerai a sognare.
Per te.
Con me.
Per sempre.

5.22 AM – Dawn

Vagare
senza accettare le circostanze.